A CURA DI: Aldo Violet

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E’ importante la gerarchia per i nostri cani? Negli ultimi anni nel mondo della cinofilia si discute, su questo interrogativo senza ascoltare le ragioni dell’altro, portando avanti con decisione posizioni estreme che certamente non aiutano a trovare una risposta aderente alla realtà. Si sposano di volta in volta tesi estreme, da quelle in base alle quali  andrebbe applicata tout court la regola rigida derivante, si dice, dalla legge del branco di lupi, a tesi che negano del tutto l’importanza della gerarchia, sostenendo che il rapporto cane-proprietario debba necessariamente essere una sorta di relazione di tipo materno.

Il tema implica altresì necessariamente  la necessità di parlare del concetto di “dominanza”.

Cominciamo col chiederci: il cane è un lupo? Biologicamente potemmo dire che il cane altro non è che la forma domestica del lupo,  visto che, come la scienza ha ormai confermato, oltre che a discendere da esso ne condivide la quasi totalità del patrimonio genetico, ma da quello morfologico e da quello comportamentale ormai se ne differenzia notevolmente.  

Non sappiamo con esattezza quando sia avvenuta la prima domesticazione, ma comunque sono passati troppi millenni dalla  cosiddetta “rivoluzione neolitica” nella quale il cane iniziò a vivere in un rapporto di strettissima collaborazione con l’uomo, il quale cominciò ad allevarlo con una forma di riproduzione controllata.

Da allora altri millenni sono trascorsi, ed è indubbio che la risposta che dobbiamo dare alla prima domanda è che il cane non è più un lupo, anche se il suo patrimonio genetico non può non influire sul suo comportamento.

In questo comportamento ereditato ci sono ancora le leggi del branco? E quali sono, in realtà queste leggi del branco a proposito di gerarchia e dominanza?

Secondo le tesi dominanti, nel branco di lupi vigerebbe  una duplice gerarchia, maschile e femminile, molto rigida, anche se non stabile nel tempo, poiché vecchiaia, malattie, ferite, maturità sessuale e  alleanze possono intervenire a elevare o abbassare lo status di un soggetto; al vertice della piramide si troverebbe il lupo Alfa, il maschio capo assoluto. Grazie alla sua forza, non solo fisica, ma anche psicologica, sarebbe in grado di soddisfare le esigenze del branco, di tenerlo unito, di proteggerlo dagli stranieri, di pattugliare e marcare il territorio, di scegliere i sistemi di difesa e le strategie di caccia, di stabilire la disposizione delle tane, di essere, in una parola, il leader. Altrettanto autorevole sarebbe la femmina Alfa, che grazie al suo ruolo dominante, sarebbe l’unica in grado di riprodursi,  impedendo con la forza l’accoppiamento delle femmine inferiori di grado.

Alcuni studiosi hanno messo in discussione la veridicità di questo modello di gerarchia. Fra questi David Mech, biologo americano ritenuto una delle maggiori nel campo dello studio del lupo. Secondo le indicazioni del noto studioso in natura il branco di lupi è normalmente composta da una sola famiglia, comprendente la coppia capostipite e la sua progenie per i primi tre anni di vita; in alcuni casi può includere due o tre di queste famiglie. L’allontanamento dei cuccioli dal branco non avverrebbe prima del nono mese; la maggior parte si allontanerebbe tra il primo e il secondo anno di vita, e pochi rimarrebbero dopo il terzo anno. Così gli unici membri permanenti sarebbero i due capostipiti del branco.

Questi  pertanto non dovrebbero  lottare per ottenere e mantenere la leadership in quanto tale posizione verrebbe loro riconosciuta in modo naturale dai membri del branco che sono la loro progenie, che tenderà naturalmente a seguire la coppia riproduttrice proprio in quanto “genitori”.La dominanza, per il Mech,  altro non sarebbe semplicemente che il  riconoscimento del diritto di riprodursi. Nel momento in cui un individuo si riproduce, esso assume il ruolo di guida del branco, composto appunto dalla progenie sua e del suo partner. “Tutti i giovani lupi – afferma il Mech - sono potenzialmente dei riproduttori e che quando essi si riproducono diventano automaticamente dei lupi alfa”.

Alla luce di questa  constatazione, secondo lo studioso,  parlare di status alfa all’interno di un branco, cioè di quel “comportamento di un lupo che controlla, governa e dirige in modo evidente le attività di altri soggetti”, rivestirebbe un’importanza assolutamente secondaria.

Tenendo presente che questa del Mech è soltanto una tesi, seppur autorevole, ma riguardante soltanto un’indagine approfondita sulla maggioranza dei branchi monofamiliari ma non suffragata da studi, per sua ammissione, altrettanto approfonditi su di branchi che prevedono la presenza di più coppie capostipiti, ossia di più coppie che si riproducono,  egli non spiega il fatto che benché tutti i giovani lupi siano potenzialmente dei riproduttori, nella realtà poi non tutti lo diventino e  che a quelli che lo diventano non si debba riconoscere particolari capacità di ordine psicofisico.  In secondo luogo è certo che anche se il capo branco fosse soltanto il paterfamilias, ciò non implicherebbe la mancanza di precise regole gerarchiche all’interno del branco. Che vuol dire poi che  e che il controllo e la direzione degli altri soggetti del branco abbia un’importanza secondaria, e rispetto a cosa? Che questa non sia un fatto da esagerare e mitizzare come si è fatto per lungo tempo, non vuol dire che non esista ma si tratta semplicemente di darne una valutazione di merito.

In tutti gli animali sociali che vivono in gruppi organizzati esiste un soggetto leader che si distingue per dei comportamenti etologicamente rilevanti. Anche fra i cani rinselvatichiti, dove non esiste una struttura gerarchica pari a quella del branco di lupi, esistono soggetti rientranti in un’area che potremmo definire “della dominanza” e soggetti subordinati.

Detto ciò possiamo chiederci: cosa vuol dire che un cane è dominante? Spesso con fierezza i proprietari mi portano i propri cani definendoli “dominanti” solo perché sono portati alla rissa con altri cane o addirittura perché aggressivi nei loro confronti.

Scarterei aprioristicamente il termine “dominante” come caratterizzante un dato individuo, in quanto credo che una la dominanza sia sempre relativa al soggetto che il nostro cane ha di fronte. Dominante nei confronti del cane più debole, sia fisicamente che psicologicamente, sottomesso nei confronti del più forte, così pure dominante o sottomesso nei confronti dell’uomo che ha di fronte, a seconda della sua autorevolezza.  Anche fra gli umani troviamo il soggetto arrogante che picchia la moglie e che poi, con il capoufficio, si comporta come il povero Fracchia!

E’ pertanto più corretto parlare di “tendenza alla dominanza” parlando di un cane con un carattere abbastanza forte con la propensione ad imporsi nei confronti dei suoi simili e dell’uomo. 

Diciamo quindi che la relazione intercorrente fra proprietario e cane, sia che quest’ultimo sia tendente alla dominanza oppure no, non può che essere fondata sull’autorevolezza esercitata dal primo sul secondo.  In questo, viceversa,  il proprietario deve essere “dominante” sul proprio cane. Autorevolezza che niente ha a che fare con la violenza o la coercizione, essendo invece la risultante di un insieme di comportamenti che riguardano il rispetto di regole precise da entrambe le parti, di diritti e di doveri, accompagnati da una corretta comunicazione.

Il proprietario autorevole è quello che soddisfa tutti i bisogni del cane,  compresi quelli legati alla sfera affettiva, che sa dare certezze e sicurezza, regole precise e coerenti.

Nell’etologia tradizionale, infatti, il termine dominanza sta ad indicare la capacità di un individuo di avere l’accesso prioritario alle risorse disponibili, cioè il cibo, il giaciglio ecc…, e quindi il diritto di impossessarsi di ciò che vuole, ma anche la capacità di iniziativa, vale a dire il diritto di decidere, da solo, cosa fare. E’ soltanto questo il significato al quale dobbiamo riferirci.

Soddisfare i bisogni primari è un obbligo morale di ogni proprietario: ma ciò vuol dire anche saperlo fare in modo competente; attraverso la corretta gestione del cibo, per esempio, che viene gestito dal proprietario nei modi e nei tempi che lui decide.

L’inopportunità che il cane mangi a tavola col proprietario non deriva dal fatto che il lupo capobranco mangia per primo, cosa poi non sempre vera, ma perché fra i due non deve esserci condivisione e competizione sul cibo.

Lo stesso criterio vale per la gestione della tana (leggi: letto) e di ogni altro bisogno primario del cane.

Ciò vuol anche dire che il proprietario deve gestire con autorevolezza tutte le interazioni con il proprio cane, dall’ attività di lavoro ai complimenti, dal  gioco a ogni tipo di contatto fisico, comunicando con il cane in modo corretto, competente e altrettanto autorevole. Solo in questo modo si potrà impostare una relazione ottimale, rispettosa delle diversità, e ricca di soddisfazioni.