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IL CANE E LA GERARCHIA: COSA SIGNIFICA CANE DOMINANTE?

A Cura di: Aldo Violet

E’ importante la gerarchia per i nostri cani? Negli ultimi anni nel mondo della cinofilia si discute, su questo interrogativo senza ascoltare le ragioni dell’altro, portando avanti con decisione posizioni estreme che certamente non aiutano a trovare una risposta aderente alla realtà. Si sposano di volta in volta tesi estreme, da quelle in base alle quali  andrebbe applicata tout court la regola rigida derivante, si dice, dalla legge del branco di lupi, a tesi che negano del tutto l’importanza della gerarchia, sostenendo che il rapporto cane-proprietario debba necessariamente essere una sorta di relazione di tipo materno.

Il tema implica altresì necessariamente  la necessità di parlare del concetto di “dominanza”.

Cominciamo col chiederci: il cane è un lupo? Biologicamente potemmo dire che il cane altro non è che la forma domestica del lupo,  visto che, come la scienza ha ormai confermato, oltre che a discendere da esso ne condivide la quasi totalità del patrimonio genetico, ma da quello morfologico e da quello comportamentale ormai se ne differenzia notevolmente.  

Non sappiamo con esattezza quando sia avvenuta la prima domesticazione, ma comunque sono passati troppi millenni dalla  cosiddetta “rivoluzione neolitica” nella quale il cane iniziò a vivere in un rapporto di strettissima collaborazione con l’uomo, il quale cominciò ad allevarlo con una forma di riproduzione controllata.

Da allora altri millenni sono trascorsi, ed è indubbio che la risposta che dobbiamo dare alla prima domanda è che il cane non è più un lupo, anche se il suo patrimonio genetico non può non influire sul suo comportamento.

In questo comportamento ereditato ci sono ancora le leggi del branco? E quali sono, in realtà queste leggi del branco a proposito di gerarchia e dominanza?

Secondo le tesi dominanti, nel branco di lupi vigerebbe  una duplice gerarchia, maschile e femminile, molto rigida, anche se non stabile nel tempo, poiché vecchiaia, malattie, ferite, maturità sessuale e  alleanze possono intervenire a elevare o abbassare lo status di un soggetto; al vertice della piramide si troverebbe il lupo Alfa, il maschio capo assoluto. Grazie alla sua forza, non solo fisica, ma anche psicologica, sarebbe in grado di soddisfare le esigenze del branco, di tenerlo unito, di proteggerlo dagli stranieri, di pattugliare e marcare il territorio, di scegliere i sistemi di difesa e le strategie di caccia, di stabilire la disposizione delle tane, di essere, in una parola, il leader. Altrettanto autorevole sarebbe la femmina Alfa, che grazie al suo ruolo dominante, sarebbe l’unica in grado di riprodursi,  impedendo con la forza l’accoppiamento delle femmine inferiori di grado.

Alcuni studiosi hanno messo in discussione la veridicità di questo modello di gerarchia. Fra questi David Mech, biologo americano ritenuto una delle maggiori nel campo dello studio del lupo. Secondo le indicazioni del noto studioso in natura il branco di lupi è normalmente composta da una sola famiglia, comprendente la coppia capostipite e la sua progenie per i primi tre anni di vita; in alcuni casi può includere due o tre di queste famiglie. L’allontanamento dei cuccioli dal branco non avverrebbe prima del nono mese; la maggior parte si allontanerebbe tra il primo e il secondo anno di vita, e pochi rimarrebbero dopo il terzo anno. Così gli unici membri permanenti sarebbero i due capostipiti del branco.

Questi  pertanto non dovrebbero  lottare per ottenere e mantenere la leadership in quanto tale posizione verrebbe loro riconosciuta in modo naturale dai membri del branco che sono la loro progenie, che tenderà naturalmente a seguire la coppia riproduttrice proprio in quanto “genitori”.La dominanza, per il Mech,  altro non sarebbe semplicemente che il  riconoscimento del diritto di riprodursi. Nel momento in cui un individuo si riproduce, esso assume il ruolo di guida del branco, composto appunto dalla progenie sua e del suo partner. “Tutti i giovani lupi – afferma il Mech - sono potenzialmente dei riproduttori e che quando essi si riproducono diventano automaticamente dei lupi alfa”.

Alla luce di questa  constatazione, secondo lo studioso,  parlare di status alfa all’interno di un branco, cioè di quel “comportamento di un lupo che controlla, governa e dirige in modo evidente le attività di altri soggetti”, rivestirebbe un’importanza assolutamente secondaria.

Tenendo presente che questa del Mech è soltanto una tesi, seppur autorevole, ma riguardante soltanto un’indagine approfondita sulla maggioranza dei branchi monofamiliari ma non suffragata da studi, per sua ammissione, altrettanto approfonditi su di branchi che prevedono la presenza di più coppie capostipiti, ossia di più coppie che si riproducono,  egli non spiega il fatto che benché tutti i giovani lupi siano potenzialmente dei riproduttori, nella realtà poi non tutti lo diventino e  che a quelli che lo diventano non si debba riconoscere particolari capacità di ordine psicofisico.  In secondo luogo è certo che anche se il capo branco fosse soltanto il paterfamilias, ciò non implicherebbe la mancanza di precise regole gerarchiche all’interno del branco. Che vuol dire poi che  e che il controllo e la direzione degli altri soggetti del branco abbia un’importanza secondaria, e rispetto a cosa? Che questa non sia un fatto da esagerare e mitizzare come si è fatto per lungo tempo, non vuol dire che non esista ma si tratta semplicemente di darne una valutazione di merito.

In tutti gli animali sociali che vivono in gruppi organizzati esiste un soggetto leader che si distingue per dei comportamenti etologicamente rilevanti. Anche fra i cani rinselvatichiti, dove non esiste una struttura gerarchica pari a quella del branco di lupi, esistono soggetti rientranti in un’area che potremmo definire “della dominanza” e soggetti subordinati.

Detto ciò possiamo chiederci: cosa vuol dire che un cane è dominante? Spesso con fierezza i proprietari mi portano i propri cani definendoli “dominanti” solo perché sono portati alla rissa con altri cane o addirittura perché aggressivi nei loro confronti.

Scarterei aprioristicamente il termine “dominante” come caratterizzante un dato individuo, in quanto credo che una la dominanza sia sempre relativa al soggetto che il nostro cane ha di fronte. Dominante nei confronti del cane più debole, sia fisicamente che psicologicamente, sottomesso nei confronti del più forte, così pure dominante o sottomesso nei confronti dell’uomo che ha di fronte, a seconda della sua autorevolezza.  Anche fra gli umani troviamo il soggetto arrogante che picchia la moglie e che poi, con il capoufficio, si comporta come il povero Fracchia!

E’ pertanto più corretto parlare di “tendenza alla dominanza” parlando di un cane con un carattere abbastanza forte con la propensione ad imporsi nei confronti dei suoi simili e dell’uomo. 

Diciamo quindi che la relazione intercorrente fra proprietario e cane, sia che quest’ultimo sia tendente alla dominanza oppure no, non può che essere fondata sull’autorevolezza esercitata dal primo sul secondo.  In questo, viceversa,  il proprietario deve essere “dominante” sul proprio cane. Autorevolezza che niente ha a che fare con la violenza o la coercizione, essendo invece la risultante di un insieme di comportamenti che riguardano il rispetto di regole precise da entrambe le parti, di diritti e di doveri, accompagnati da una corretta comunicazione.

Il proprietario autorevole è quello che soddisfa tutti i bisogni del cane,  compresi quelli legati alla sfera affettiva, che sa dare certezze e sicurezza, regole precise e coerenti.

Nell’etologia tradizionale, infatti, il termine dominanza sta ad indicare la capacità di un individuo di avere l’accesso prioritario alle risorse disponibili, cioè il cibo, il giaciglio ecc…, e quindi il diritto di impossessarsi di ciò che vuole, ma anche la capacità di iniziativa, vale a dire il diritto di decidere, da solo, cosa fare. E’ soltanto questo il significato al quale dobbiamo riferirci.

Soddisfare i bisogni primari è un obbligo morale di ogni proprietario: ma ciò vuol dire anche saperlo fare in modo competente; attraverso la corretta gestione del cibo, per esempio, che viene gestito dal proprietario nei modi e nei tempi che lui decide.

L’inopportunità che il cane mangi a tavola col proprietario non deriva dal fatto che il lupo capobranco mangia per primo, cosa poi non sempre vera, ma perché fra i due non deve esserci condivisione e competizione sul cibo.

Lo stesso criterio vale per la gestione della tana (leggi: letto) e di ogni altro bisogno primario del cane.

Ciò vuol anche dire che il proprietario deve gestire con autorevolezza tutte le interazioni con il proprio cane, dall’ attività di lavoro ai complimenti, dal  gioco a ogni tipo di contatto fisico, comunicando con il cane in modo corretto, competente e altrettanto autorevole. Solo in questo modo si potrà impostare una relazione ottimale, rispettosa delle diversità, e ricca di soddisfazioni. 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Aprile 2010 10:55 )

 

UN PERICOLO MORTALE PER I NOSTRI CANI : LA PROCESSIONARIA

Autore: ALDO VIOLET

Un nemico terribile, a volte mortale, che minaccia i nostri cani, si può aggirare per i nostri giardini, e, in particolare, nelle pinete. Si tratta della Traumatocampa Pituocampa, lepidottero della famiglia delle Thaumetopoeidae comunemente detto "PROCESSIONARIA".
E' una farfalla le cui larve, che si sviluppano sulle conifere, in particolare sul pino nero (Pinus nigra), sul pino silvestre (Pinus silvestris), sul pino marittimo (Pinus pinaster), sul pino d'aleppo (Pinus halepensis) e su varie specie di cedro, sono dannose per le piante, per gli uomini (provocando irritazioni cutanee, oculari e problemi respiratori) e soprattutto, a causa delle loro abitudini, per i nostri cani.
La farfalla, che è di colore grigiastro, con corpo tozzo e peloso con apertura alare che va dai 30 ai 45 mm., depone le uova alla fine dell'estate, le quali daranno vita a nuove larve, formando nidi serici e sferoidali di colore biancastro, contenenti da 100 a 400 uova, posti all'estremità dei rami più soleggiati. Ma è allo stato larvale che questi lepidotteri rappresentano un grave pericolo per i nostri cani.
Le larve, che allo stadio di maturità misurano 30-40 mm., densamente pelose (proprio questi peli sono dannosi), di colore bruno con macchie rossastre e una fascia ventrale giallastra, abbandonano i nidi e scendono "in processione", l'una attaccata all'altra, lungo i tronchi sino al suolo dove si interrano per trasformarsi prima in crisalidi poi in farfalle adulte.
Il cane, spinto dalla naturale curiosità, è portato a prendere in bocca queste larve, procurandosi danni irreparabili a livello di lingua e apparati boccale, laringo-esofageo e gastro-intestinale. Alla lingua e alla bocca provoca la necrosi dei tessuti venuti a contatto con i peli urticanti del lepidottero, con la conseguente caduta della parte di organo colpito; in questo caso il danno può essere limitato ma a volte è così esteso da comportare la soppressione dell'animale. In caso di ingestione di alcuni peli, che raramente si verifica anche a causa dell'enorme salivazione che il fatto comporta, la conseguenza è generalmente e fatalmente la morte dell'animale.
Le cure consistono nell' uso del cortisone, per limitare il gonfiore, il dolore ed evitare lo shock anafilattico; quello di antibiotici per limitare l'irruzione batterica. Oltre ad evitare la messa a dimora di conifere ed in particolare di pino nero (Pinus nigra) ad un'altitudine inferiore a 500 metri, la lotta alla processionaria può essere meccanica o biologica.
La prima consiste nell'asportazione invernale dei nidi (entro la fine di febbraio). Si taglia il ramo e si brucia il nido contenete le larve, facendo attenzione ad evitare ogni contatto con i peli urticanti che possono provocare danni alla pelle e agli occhi.
La seconda consiste nel trattamento della chioma della conifera con prodotti insetticidi a base di Bacillus Thurigensis varietà Kurstaki (BtK) fatto la prima settimana di settembre e ripetuto una sola volta dopo circa 15 giorni. Il prodotto è innocuo per tutti i vertebrati. In alternativa si possono spruzzare, nello stesso periodo e una sola volta, insetticidi a base di Diflubenzuron. Mezzi complementari di lotta sono inoltre le trappole a feromoni sessuali per la cattura dei maschi adulti, che vanno installate nella prima metà di giugno, posizionandole su un ramo medio-alto e sul lato sud-ovest della pianta.
Uno dei cani di chi scrive ha avuto la sfortuna di imbattersi in questo lepidottero. Grazie all'istinto che lo ha portato ad espellere prontamente la larva e alle cure immediate prestate dal medico veterinario i danni si sono limitati alla caduta di parte della lingua, cosa che non gli impedisce di condurre una vita normale. Le cose, però, potevano andare diversamente.

Voglio ringraziare il Dott. Massimo Faccoli del Department of Environmental Agronomy and Crop Productions – Entomology di Legnaro (PD) e il Servizio Agricoltura e Foreste della Regione Veneto che mi hanno consentito di documentarmi sull'argomento.

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L’UTILIZZO DELLA COMUNICAZIONE PARAVERBALE NELL’EDUCAZI0NE DEL CANE

Autore: ALDO VIOLET

I nostri canali di comunicazione.
Come sappiamo, noi esseri umani , quasi del tutto privi dell’olfatto, utilizziamo soltanto tre tipi di comunicazione: verbale, paraverbale e metaverbale.
La comunicazione verbale è quella effettuata attraverso l’uso delle parole.
La comunicazione paraverbale consiste nella modalità con cui usiamo la voce. Essa permette di dare risalto ad un concetto rispetto che ad un altro attraverso, ad esempio, una differente intonazione di voce.
Il linguaggio paraverbale, perlopiù dettato dall’inconscio, è composto principalmente dal timbro, dal tono, dal volume e dalla velocità con cui pronunciamo le parole e a “rinforzare” quanto viene espresso con esse. Si pensi infatti a come una voce costantemente mono-tona possa essere deleteria sia in una conversazione o in una conferenza , e come, al contrario, una varietà tonale e timbrica nell'esposizione possa essere motivo di maggiore interesse all’ ascolto.
La comunicazione metaverbale è costituita invece dalla posizione e dai movimenti del corpo, dalla gestualità delle mani, dalla mimica, dallo sguardo, dal sorriso e dagli atteggiamenti.
La comunicazione paraverbale, insieme a quella metaverbale, sono parti integranti del nostro modo di relazionarci con gli altri, umani o cani che essi siano; le utilizziamo quotidianamente, spesso a livello inconscio, senza rendercene conto.
Relativamente alla comunicazione uomo-cane, gli esperti cinofili sono soliti criticare i “profani” sostenendo che essi danno un peso eccessivo alla comunicazione verbale rispetto alla metacomunicazione. E’ fuori di dubbio che noi esseri umani siamo portati a dare troppa importanza a ciò che riusciamo ad esprimere attraverso le parole mentre i cani comunicano moltissimo mediante le posture; questo, però, non ci deve far perdere di vista l’importanza che riveste la comunicazione paraverbale anche nei confronti dei nostri cani.
L’importanza della comunicazione paraverbale.
Saper utilizzare correttamente la voce permette di esprimere emozioni e sentimenti, fattori sempre e comunque presenti in qualsiasi comunicazione, che sarà più efficace, capace cioè di raggiungere il soggetto ricevente con precisione e completezza. La comunicazione paraverbale, quindi, è data dal modo di utilizzate la voce: timbro, tono,volume e velocità.
Il timbro è l’insieme delle caratteristiche individuali della voce: nasale, gutturale, soffocata; possiamo definirlo come il “colore della voce”. Esso dipende dalla parte o parti del corpo che fanno da cassa armonica, cioè che amplificano e migliorano (o peggiorano) il suono. Il timbro della voce può influire molto su noi stessi e sugli altri. Pensate solo al famoso modo di dire "fare la voce grossa"!
Il tono è principalmente un indicatore dell’intenzione e del senso che si da alla comunicazione; può esprimere apprezzamento o disappunto, entusiasmo o apatia, interesse o noia, coinvolgimento o estraneazione.
Il volume riguarda l’intensità sonora, il modo di calibrare la voce in base alla distanza dall’interlocutore, e in base all’importanza dell’argomento trattato.
La velocità cioè il tempo di emissione della voce, può servire per sottolineare, accentuare o sfumare il significato delle parole, così come lo possono fare le pause. Senza una di queste componenti la nostra comunicazione risulterebbe poco comprensibile, non pienamente recepibile dal destinatario.
E’ quindi chiaro che quando “parliamo” al nostro cane le parole che usiamo possono avere significati diversi a seconda di come noi utilizziamo la voce e per questo è estremamente importante abituare il suo orecchio ai mutevoli suoni di essa.
Il corretto utilizzo della voce nella comunicazione uomo-cane
Recentemente, alcuni scienziati europei e americani (Hare, Brown, Williamson, Bräuer, Tomasello, Miklosi e altri ) hanno portato a termine alcuni lavori di tipo sperimentale e confermato ciò che in realtà noi cinofili sappiamo da sempre: cioè che i cani, comparati con i lupi e gli scimpanzé , specie quest’ultima che possiede un DNA molto simile a quello dell’uomo, sono gli animali più capaci di decodificare i segnali emessi dall’uomo, riconoscendo loro una maggiore capacità sociale, cognitiva e comunicazionale.
Questa capacità, peraltro, non può essere intesa soltanto come una loro maggiore abilità a comprendere il linguaggio metaverbale, ma anche quello verbale e paraverbale.
Così come è stato evidenziato da Adam Miklosi (“The Behavioural Biology of Dogs”Wallingford, UK) nel capitolo dedicato alle interazioni uomo-animale e cognizioni sociali, a differenza di quanto avviene ai cuccioli di lupo socializzati con l’uomo, che quando possono scegliere tra la compagnia di umani o di cani scelgono quest’ ultima, i cani scelgono gli umani. Miklosi mette in evidenza che la comunicazione tra cani e umani va in entrambe le direzioni, cioè da cane a uomo e viceversa, e in questo i cani hanno una capacità di gran lunga superiore a quella dei lupi. Egli porta ad esempio il fatto che i cani abbiano una visione armonica dell’abbaio del tutto sconosciuta ai lupi, utilizzandolo in modi tanto differenti da esprimere una vasta gamma di emozioni.
Così come sono in grado di esprimere tantissime emozioni attraverso una vasta tipologia di suoni, lo sono altrettanto nel comprendere la nostra comunicazione paraverbale che, ricordiamo, è costituita dal timbro, dal tono, dal volume e dalla velocità con cui utilizziamo la nostra voce e con cui esprimiamo maggiormente le nostre emozioni.
Sono sicuramente d’accordo sul concetto che l’uomo, inguaribile parolaio, nell’utilizzo dei comandi di base deve essere chiaro e utilizzare pochi vocaboli per non confondere i cani con una miriade parole diverse. Gli ordini devono essere pochi, chiari e sempre quelli! Ripeto il concetto perché non vorrei essere lapidato da quelli-so-tutto-io.
Ciò non vuol dire che la nostra comunicazione dovrà limitarsi ad un uso limitato e ripetitivo delle parole: ritengo, al contrario, che al di là dei comandi chiari e ripetitivi che insegniamo loro, dobbiamo parlare moltissimo ai nostri cani, non per comunicare loro attraverso le parole bensì attraverso il linguaggio paraverbale. La voce umana è uno strumento di comunicazione meraviglioso: basta pensare ai cantanti lirici per capire che nessuno strumento riuscirà mai ad essere altrettanto efficace. Così, è facile intuire come attraverso il suono della nostra voce i cani riescano a capire i nostri sentimenti nei loro confronti, a rendersi conto se in un preciso momento siamo rilassati o tesi, felici piuttosto che arrabbiati e, infine, “sapere” quello che vogliamo da loro.
A parer mio, è più semplice insegnare la condotta al guinzaglio attraverso un abile gioco di timbri toni e volumi, che con cibo o pallina. Basta infatti tenere la sua attenzione centrata su di noi, usando correttamente parole di lode (che, sono d’accordo, forse il cane non comprenderà mai!) dette in modo gioioso e carico di soddisfazione quando il cane si comporta correttamente e un duro “NO!” di disapprovazione quando sta sbagliando, per avere in breve tempo un cane che cammina correttamente al nostro fianco.
Quanto tempo perdo nello spiegare ai miei clienti che un “Bravo!” detto al loro cane non può essere pronunciato in tono depresso e a basso volume: per risultare efficace deve essere squillante e gioioso, quasi esplosivo. E altrettanto un “No!” di disapprovazione non può essere detto in tono rassegnato e appena sussurrato: deve essere deciso, a volume non troppo alto, quasi “ringhiato”.
Il cane è in grado di intendere quello che vogliamo da lui e nella maggior parte dei casi non cerca altro che di compiacerci. Il problema è che molto spesso non siamo capaci di farci capire!
Nell’educazione del cane la nostra voce è il miglior rinforzo e la migliore punizione che abbiamo a disposizione e, se siamo capaci di usarla, possiamo lasciare da parte strumenti come il clicker, che forse possono essere utili nell’addestramento a compiti specifici di notevole difficoltà, ma che ritengo del tutto inutili a tal fine.

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L’IMPORTANZA DELL’EDUCAZIONE DEL CANE

Autore: ALDO VIOLET

Molto spesso sentiamo pareri discordanti circa l’opportunità di sottoporre il cane ad un training “addestrativo”. Alcuni lo ritengono indispensabile per una corretta convivenza altri la considerano una costrizione innaturale. Chi ha ragione?
Intendiamoci innanzi tutto sui termini, poiché molto spesso si confonde l’addestramento con l’educazione, usando i due vocaboli addirittura come sinonimi.
Educare significa impartire al cane tutti quegli insegnamenti che gli permettono di convivere con il proprietario, nell’ambito familiare ed extrafamiliare, in modo sereno e secondo le regole delle buone maniere; addestrare, invece, vuol dire insegnare al cane comportamenti finalizzati all’apprendimento di un preciso lavoro: pensiamo alla difesa, alla caccia, alle attività sportive come l’agility, l’obedience o la mobility.
A queste ultime attività il cane deve essere avviato quando ha già ricevuto le basi complete dell’educazione e quando la sua età gli consente di concentrarsi su esercizi che richiedono particolare concentrazione.
L’addestramento non è sempre necessario, soprattutto se vogliamo il cane come semplice compagno di vita, mentre l’educazione è un passaggio fondamentale.
Nelle case degli italiani vivono circa sette milioni di cani. La maggior parte di essi risiede nelle città: sono, come si suol dire, “cani urbani”. Se per noi umani vivere la vita di città comporta difficoltà e stress, immaginiamo quanti e quali problemi possa incontrare il nostro amico a quattro zampe. E’ pertanto necessario, per il suo bene e per la tranquillità del suo proprietario, che esso sia preparato a vivere secondo precise regole di buona educazione e che sappia trovarsi a suo agio in ogni situazione, a fianco del proprietario e sotto il suo pieno controllo.
Alcuni contestano l’opportunità degli interventi educativi sostenendo che per un cane non è naturale camminare a fianco del proprietario o attenderlo seduto fuori di un negozio. E’ sicuramente vero che ciò non è “naturale”, che i lupi non sono capaci di farlo, ma questa ormai è la nostra vita ed è la vita dell’animale che ci accompagna da migliaia di anni. Insieme, pertanto, dobbiamo adattarci ad essa nel migliore dei modi, ricordando che per il cane vivere accanto al suo proprietario è la cosa più importante e se rimarrà un “selvaggio” ingestibile non lo potrà sicuramente fare.
Circa l’età nella quale cominciare il programma educativo, purtroppo è ancora largamente diffusa l’idea che, trascorso un lungo periodo di tempo in cui al cucciolo viene consentito di fare tutto ciò che vuole, si possano risolvere i problemi mandandolo “in addestramento”. E’ ancora largamente diffusa, infatti, l’opinione che il cane “si addestra” a non meno di 8-10 mesi, se non addirittura ad un anno di età. In realtà quello che desidera il proprietario non è un training addestrativo ma un programma generale di educazione e l’età più idonea per attivare questo tipo di processi di apprendimento è quella di 2-3 mesi, quindi il periodo immediatamente successivo a quello del suo ingresso in famiglia, in modo che non si consolidino comportamenti inappropriati.
Teniamo inoltre presente che l’educazione del cane sarà sempre compito del proprietario. Oltre a destabilizzare il cane, infatti,l’educazione di base impartita da una persona diversa, sia pure un professionista esperto (sempre che un professionista possa accettare un simile incarico!), non sarà di alcuna utilità, perché non rafforzerà il rapporto cane-proprietario e quest’ultimo non imparerà a gestire il proprio cane, che dimenticherà in breve tempo tutto ciò che ha appreso da un estraneo.
Un training educativo certamente non farà diventare il vostro cane un novello “Commissario Rex” delle avventure televisive, ma farà sì che possiate instaurare con lui una corretta relazione e farne un animale ben educato che sappia comportarsi in modo adeguato in qualsiasi circostanza. Avere un cane, infatti, significa condividere con lui gran parte della nostra vita, farlo vivere al nostro fianco in tutte le occasioni e nei diversi contesti di interazione, in un rapporto di amicizia e collaborazione nel rispetto dei differenti ruoli.

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I CANI MESSI ALL'INDICE : TRA SCIENZA ED ISTERIA

Autore: MARIA PAOLA CASSARANI

articolo pubblicato da Salute Europa - Quotidiano di informazioni scientifiche


Per comprendere il comportamento del cane è necessario conoscere la sua origine, quando e come è avvenuta la sua addomesticazione : lo mette in evidenza Maria Paola Cassarani il Medico veterinario esperto nel comportamento animale ed Educatore cinofilo.

Numerosi studiosi – continua – hanno dimostrato che il cane Canis familiaris deriva dal lupo Canis lupus poiché il cariotipo di quest’ultimo è del tutto omologo a quella del nostro cane domestico. Robert Wayne, genetista dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Los Angeles, Caries Vilà ed altri ricercatori hanno paragonato il DNA mitocondriale di 162 lupi rappresentanti di 27 popolazioni di Europa, Asia e Nord America, di 140 cani, rappresentanti di 67 razze e 5 incroci e, in quanto potenziali antenati del cane, di 5 coyote (Canis latrans), 2 sciacalli dorati (Canis aureus), 2 sciacalli della gualdrappa (Canis mesomelas) e 8 sciacalli del Simien (Canis simensis) giungendo alla conclusione che il lupo è indiscutibilmente il progenitore del cane e che questo altro non è che una sua variante domestica.

È opinione condivisa da esperti in zooantropologia che la relazione lupo/cane-uomo sia ascrivibile a 100.000 anni fa, non solo come evento di carattere culturale, ma addirittura coevolutivo. Successivamente, solo in tempi più recenti, l’uomo ha messo in atto pratiche di differenziazione morfologica del cane mediante il processo di selezione e di riproduzione controllata.

L’aggressività è il problema per il quale si ricorre più spesso agli esperti di comportamento.

Spesso i cani conquistano tristemente gli onori della cronaca per fatti di aggressioni all’uomo e vengono definiti “cani assassini”, con risvolti legislativi di dubbio valore come l’istituzione della “black-list o lista cani pericolosi”, come se si trattasse del numero di cavalli di un auto adatta o meno a neo-patentati.

Sicuramente l’alto numeri di aggressioni all’uomo da parte di cani riscontrate nell’ultimo periodo testimoniano l’inefficacia dell’Ordinanza in materia di “Tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cane” così per come è stata recepita. Ma quali sono i motivi che determinano l’aggressività canina?

Sappiamo che essa può essere causata:

  •  da predisposizione genetica, dalle esperienze vissute dal cane nelle prime settimane di vita, dai rapporti fra il cane e il padrone e da malattie che possono modificarne il suo comportamento.
  • Ogni cane nasce con un corredo genetico ben definito che lo porterà, nel corso della vita, ad essere più o meno propenso a comportamenti aggressivi; è evidente, l’importanza di preparare il proprietario all’educazione del cane.
  • Un cane aggressivo, può essere educato adeguatamente da una persona competente, ma può divenire un pericolo pubblico in mano ad una persona inesperta.
  • Le esperienze fatte dal cane nelle prime settimane di vita sono destinate ad influire positivamente o negativamente sul carattere che avrà da adulto e, sulla sua inclinazione all’aggressività.
  • Cuccioli allevati nell’impossibilità di interagire con gli esseri umani e costretti a vivere in un ambiente privo di stimoli, da adulti saranno diffidenti e insicuri, portati a comportamenti aggressivi di vario genere.


Ricerche scientifiche sul comportamento animale, hanno dimostrato che una carenza di socializzazione può portare a comportamenti in un primo momento timorosi e quindi aggressivi verso tutto quello che il cane non ha avuto modo di sperimentare.

Per questo motivo, è probabile che un cucciolo, allevato da una madre estremamente nervosa e mal disposta nei confronti degli esseri umani, pur possedendo un patrimonio genetico non aggressivo, diventi diffidente e intrattabile con gli esseri umani.

Queste brevi considerazioni sul comportamento interspecifico del cane ci devono far riflettere sull’importanza di rivedere le norme legislative che regolamentano in materia di tutela dell’incolumità pubblica e dall’aggressione di cane, al fine di modificarne in maniera radicale il contenuto per sviluppare un modello legislativo che sensibilizzi allevatori e proprietari all’idoneo commercio e detenzione di animali e che non preveda l’esarcerbazione dell’aggressività del cane mediante addestramento, competizioni o quanto violi il rispetto della salvaguardia del benessere e salute animale.

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